Pinocchio reloaded (parte 5)

(qui la puntata precedente)

In poco più d’un’ora, i suoi amici furono invitati.

Ora bisogna sapere che Pinocchio ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo ma, tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte. Era il ragazzo più svogliato di tutta la scuola ma, Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa, ma non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era: tornò una terza, e fece la strada invano. Cerca di qua, cerca di là, all’imbrunire lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

– Che cosa fai costì?

– Aspetto di partire.

– E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!

– Che cosa volevi da me?

– Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?

– Quale?

– Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.

– Buon pro ti faccia.

– Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.

– Ma se ti dico che parto.

– A che ora?

– Fra poco.

– E dove vai?

– Vado ad abitare in un paese che è il più bel paese di questo mondo, una vera cuccagna!

– E come si chiama?

– «Paese dei balocchi». Perché non vieni anche tu?

– Io? No davvero!

– Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica.

– Uhm! …

Pausa

– Dunque, vuoi partire con me? Sì o no?

Pinocchio, che giusto quel mattino aveva avuto l’onore di esser nominato il più bravo della scuola, non capiva punto perché dovesse allettarlo un paese senza pagelle e senza bei voti. Tanto più, come poteva non aver sentito mai parlare di codesto luogo, lui che aveva dieci in geografia e conosceva il mappamondo come le pieghe del suo cappello? La curiosità gli solleticava la punta del naso.

– Meglio che ritorni dalla mia buona Fata, prima che faccia notte.

– Aspetta un altro poco, dai! Il carro che viene a prendermi sta per arrivare, e sopra ci sono già così tanti amici che sono più di cento!

– Più di cento? E donde ne ha raccolti così numerosi? Roba da svuotare tutte le scuole del paese.

– Sì! E non solo le elementari, ma anche le ginnasiali e le liceali, tanto che i maestri avran da rassegnarsi di far lezione alle ragnatele.

Quelle parole fecero sobbalzare Pinocchio, che così pensò fra sé:

– “Come dar ragione al mio amico? Non fosse per la scuola, sarei un bighellone buono solo a far il cane da guardia o a chieder l’elemosina, per di più fatto di legno. La mia buona Fata lo dice sempre: i ragazzi in carne e ossa si avvezzano a essere ragazzi perbene se sono ubbidienti, se prendono amore allo studio, al lavoro e se dicono sempre la verità, e io, giustappunto, tali virtù ce le ho proprio tutte.

E di più: i ragazzi perbene sono generosi, e hanno a cuore i loro amici. E quanto anelava Pinocchio, che anche il suo caro Lucignolo usasse buon senso e s’istruisse! L’idea di non rivederlo più gli scheggiò gli occhi di commozione.

– Dai Pinocchio, vieni con me! Noi ragazzi dovremmo stare all’aria aperta, non con i piedi serrati sotto il banco.

Avrebbe forse dovuto partire con lui, e stargli accanto fino a che non avesse rimesso giudizio? Anche il monello più monello, d’altra parte, finisce per sentire nel cuore la nostalgia di casa, dopo tanti giorni lontano. Pinocchio lo sapeva meglio di tutti quanti. Un poco di pazienza, e lo avrebbe supplicato di ricondurlo indietro, ne era persuaso.

Si congedò allora dal suo pensare e finse di aver cambiato idea:

– Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi? Ma dunque tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole? E nemmeno maestri? E non c’è mai l’obbligo di studiare?

– Mai, mai, mai!

Fu così che Pinocchio, baloccandosi la fantasia come non aspettasse altro che partire, infine partì.

Il carro era immenso come Lucignolo gli aveva dipinto, e trainato da dodici pariglie di ciuchini. I ragazzi, dentro, erano così pigiati che potevano a malapena respirare. Pinocchio dovette salire in groppa a uno dei somari, e su quel pelo di collo così morbido, trascinato dal ritmo del galoppo, pensando che erano per davvero le sue ultime ore da burattino, si rilassò a tal punto che si assopì, risvegliandosi a giorno già fatto.

Quanto sconvolto fu Pinocchio, l’indomani, al ritrovarsi ancora nel suo corpo di legno. Il naso gli venne piccolo piccolo per il dispiacere. Nelle strade, un chiasso e uno strillio da levar di cervello! Il baccano dei compagni gli aveva provocato un gran mal di capo e tarlato le orecchie.

Si determinò allora vieppiù nel suo proponimento, svegliandosi ogni mattino di buon’ora e percorrendo il paese in lungo e in largo.

Imparò lesto tutti i nomi, così da ammonirli meglio.

Ehi, tu, Roberto, basta giocare a palla, impara piuttosto la geografia! E tu, Manfredino, scendi dal velocipede e ripassa le addizioni! Basta moscacieca, Giovanni e Vincenzo, la grammatica non vi aspetta!

A chi faceva i salti mortali, rimbeccava che solo chi sa star fermo al proprio banco si esime dal diventar somaro. A chi faceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo, ripeteva quanto appreso in scienze sulle differenze tra ovini e mammiferi.

– Ovini?

Pinocchio sentì forte la mancanza dei suoi libri: non era punto sicuro di aver sgridato giusto.

Infine, stufo di strigliarli a vanvera, si armava di pennello, e giù a correggere le scritte col carbone sui muri delle case: Abbasso i balocchi (invece di Viva i balocci); Vogliamo più scuole (invece di Non vogliamo più schole); Viva l’aritmetica (invece di Abbasso Larin Metica).

Lucignolo, ragione principe che lo tratteneva in quel luogo, pareva cambiar strada ogni volta che l’incontrava. L’ultima, lo aveva anche preso a male parole.

– Vuoi forse tornare a casa dalla tua Fata e perdere il tempo a studiare? Ringraziami piuttosto del grande favore che ti ho fatto, che se non era per me…

– Si dice se non FOSSE per me, asino che sei!

E Lucignolo, in tutta risposta, lo prese a bersaglio al gioco delle noci.

Finché, all’alba di un giovedì, Pinocchio sbalordì di molto nell’accorgersi che Lucignolo bussava alla sua porta. Dapprima non udì distintamente, perché aveva fatta l’abitudine di dormire col cotone nelle orecchie. Se ne stava punto sdraiato, appoggiato sulla schiena che gli era divenuta dura come una corazza, e appena provò ad alzare un poco la testa si vide il ventre così ingrossato che le gambe e i piedi erano come spariti alla vista.

Fece per alzarsi, ma con un capitombolo precipitò giù di quel letto che fino a ieri gli veniva piccolo. Rimessosi in piedi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e lì si accorse, con grandissima maraviglia, che al posto degli orecchi gli eran cresciute due antenne, ritte e lunghe come spilloni. Si portò allora le mani alla bocca, come si usa fare per la gran sorpresa, e scoprì in suo luogo una faccia tutta d’un pezzo, senza più neanche il naso. Anche le mani, gliene erano cresciute due sotto a quelle che aveva, e non erano mani, quanto piuttosto zampette, di una sottigliezza desolante. Andò subito alla ricerca di uno specchio, ma i mobili della stanza erano venuti alti come montagne:

– Che dunque sia la magia di codesto Paese che le stanze crescano a piacimento e si torni piccini come appena nati?

Apri, Pinocchio! Si è già levato il sole!

Entra tu, che la porta è bell’aperta.

Pinocchio, all’udirsi, inorridì, perché alla sua voce di prima si mescolava un irreprimibile pigolio, tale che le parole suonavano distorte: persino lui aveva l’impressione di non essersi udito bene.

Lucignolo entrò, Pinocchio fece appena in tempo a scivolare sotto il comodino. Udì il rumore dei passi dell’amico, più forte e sordo, e di sotto al nascondiglio vide far capolino due zoccoli di ciuco, alla cui sommità spuntavano folti peli grigi.

– Ah, Lucignolo! Sei diventato un somaro, ben ti sta! Cosa ti dicevo: «guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna!»

– E tu, Pinocchio mio? Perché non ti mostri? Hai forse un lungo paio d’orecchi che non vuoi farmi vedere?

– Te le mostrerei volentieri, ma per l’appunto oggi non son divenuto somaro.

E con un balzo poderoso, Pinocchio saltellò al centro della camera.

– Oh, Pinocchio! Sei diventato un grillo parlante! Ben ti sta ad aver tediato tutti noi anziché mangiare, bere, dormire, divertirti e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.

– Povero grullo: non ti avevo forse ammonito che facendo così saresti diventato un somaro e che tutti si sarebbero presi gioco di te?

– Chètati, grillaccio del mal’augurio! Ora vado a dirlo a tutti, così faranno a gara a chi ti appiccica per primo a una pare…

Non fece in tempo a finire la frase, ché la sua bocca mandava fuori solo ragli asinini. Pinocchio sapeva che Lucignolo aveva ragione, e che quand’anche gli altri lo avessero scoperto, si sarebbero tolti la soddisfazione di schiacciarlo per bene.

Così, quando il cocchiere venne a prenderli, Pinocchio approfittò della sua piccolezza per correre fuori.

– Ehi, ma quello è Pinocchio! MANFREDINO (Federica) – Sta scappando! Prendiamolo!!!

Fu subito uno zoccolare di ciuchini, lanciati all’inseguimento mentre il povero cocchiere e i suoi aiutanti prendevano a legare i più lenti di zampe. Pinocchio sviò più di un tentativo di farne una cotoletta, e si nascose infine nel pertugio di un palazzo, al limitare della piazza centrale.

Fu lì che il topolino lo mangiò in un sol boccone. Di lì, sazio e contento, scivolò fino al lato opposto del pertugio, che conduceva nel grande campo fuori del paese.

Fu lì che il gatto mangiò il topolino che mangiò Pinocchio. Si grattò le zampe lungo un vecchio albero di quercia, e poi stese al sole con la pancia all’aria, prodigo di felicità.

Fu lì che il cane mangiò il gatto che mangiò il topolino che mangiò Pinocchio. Gli venne sete, dopo quella merenda, tanto che si recò al torrente lì vicino. Ma il peso della pancia piena lo rotolò fin giù nell’acqua e poi al largo, trascinato al mare.

Fu lì che il terribile pescecane mangiò il cane che mangiò il gatto che mangiò il topolino che mangiò Pinocchio. E tutto quel ruzzolare fra prato, torrente, mare ed esofago del terribile pescecane fecero venire al cane una tremenda nausea, che sfogò lì per lì vomitando il gatto, che vomitò il topolino, che vomitò il grillo che ridiventò burattino, e come codesta magia fu possibile nessuno lo seppe mai.

Fatto sta che si avvicinò loro un Tonno.

– Che razza di pesci siete mai, voialtri?

– Non siamo pesci. Quello costì è un cane, questo un gatto e quest’altro un topolino. Io sono un burattino, anche se fino a quand’ero nella pancia del topolino che era nella pancia del gatto che era nella pancia del cane io avevo le sembianze di grillo, ma invero sto ancora aspettando che la mia Fata mi trasformi in un ragazzo perbene.

Il Tonno, frastornato, notando che il gatto lo stava già guardando con la lingua fra i denti, fece appena in tempo a dire di un certo vecchietto che da due anni abitava poco più in là, giù nello stomaco, e che aveva giusto un figlio burattino che non vedeva da allora. Detto ciò, sgusciò via dentro a un succo gastrico.

– Addio, amici. Mi incammino nella direzione indicata dal Tonno, ché le sue parole mi hanno di molto incuriosito.

 E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato … che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.

A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio:

– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

– Dunque gli occhi mi dicono il vero? Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?

– Sì, sì, sono io, proprio io!

E giù a raccontargli tutte le avventure che fin lì gli erano capitate, mentre il babbo se lo stritolava di baci e abbracci, e a sua volta gli raccontava del bastimento mercantile che il terribile pescecane ingoiò poco dopo di lui, e che gli aveva permesso di sopravvivere tutto quel tempo.

– Allora, babbino mio, ora non c’è tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire, scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare. Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.

Geppetto era timoroso di questa soluzione, ma alla fine acconsentì. Camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto lo stomaco e poi il corpo del Pesce-cane, fin alla gola e alla lingua, e scavalcati i tre filari di denti saltarono giù nel mare, tranquillo come un olio. Il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l’avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.

Arrivarono alla spiaggia che s’era fatto giorno, e fatti cento passi videro in fondo a una viottola, in mezzo ai campi, una bella capanna tutta di paglia, col tetto coperto d’émbrici e di mattoni, e più avanti la casa di un ortolano, che offrì a Pinocchio un lavoro:

– Un bicchiere di latte per il tuo babbo, ogni cento secchie d’acqua che mi tirerai su dalla cisterna.

E da quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell’alba, per andare a lavorare. Finché una notte vide in sogno la Fata, tutta bella e sorridente.

– Bravo Pinocchio! I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori meritano sempre gran lode e grande affetto.

A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati. Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri.

Il grosso burattino era appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte. Pinocchio si voltò a guardarlo.

– Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!

(fine)

I cacciatori

«Pronto, Lucia? Sono il Sandro, buongiorno… Il Sandro ho detto!… Sa, quello alto, simpatico, il marito di sua figlia… Eh sì, il Sandro… No, mi scusi, che non ho tempo, che… Senta, mi passa la Carla, per favore? … La Carla… mia moglie… sua figlia… Eh sì, la Carla… No, non ne ho presi fagiani, Lucia… No, neanche uno, Lucia, anche se guardi, una bella schioppettata a lei… sì grazie, resto in linea maledetto il giorno che t’ho presa in casa, tu e quella… Leggi tutto “I cacciatori”